
Flavia Plini è un’ artista sistematica nel senso che sembra orientarsi, in questa prima fase della sua carriera, secondo il criterio del “ciclo” in cui un’ idea pittorica molto netta e ben definita si articola poi in vere e proprie serie unificate dallo stesso soggetto e dallo stesso stato d’ animo. Nel 2015 ha costruito, in tal senso, un insieme molto vasto e coerente di lavori che ha chiamato “cose in cielo e in terra”.
Considerando i quadri, appunto, come un’ unità, sembra allora di percepire una sorta di rivisitazione e riformulazione nel contempo delle ninfee di Monet, di quel grandioso ciclo, cioè, che il padre dell’ impressionismo formulò nell’ estrema fase della sua attività e che consegnò ai tempi futuri come un immenso retaggio verso il principio dell’ amalgama figurativo, del superamento della distinzione di forma e informe, nel nome della Natura e della più elementare semplicità di sentimento e di espressione. Qualcosa del genere trapela nel lavoro della Plini, come se veramente l’ autrice sentisse in sé di aver ricevuto un “testimone” che l’ abilita a proseguire, sviluppare e modificare profondamente quel retaggio magnifico. Monet raffigura delle ninfee nello stagno. Tutto qui. Ma quelle ninfee sono una vera metafora dell’ universo del visibile, della luce, del tempo. Anche la Plini rappresenta la Natura e la Natura nei suoi elementi essenziali: le stagioni che passano, i riflessi di luci scaturiti dall’ acqua, il cielo, i diversi momenti della giornata, l’ alba, il tramonto, il sole alto e il sole basso, le nuvole che passano, la notte, un giardino, i fiori su cui ha creato una specie di microscopico ciclo nel ciclo sul tema del valzer dei fiori che ci ricorda un celebro brano di Ciajkovskij.
Raramente compare un riferimento a luoghi reali o comunque riconoscibili come Ninfa o le isole di Ponza e Palmarola. Ma non è determinante. Determinante è lo stile e la strategia pittorica messa in atto dalla giovane autrice. E questa strategia della Plini è interessante e personale perchè, in sostanza, è come se la pittrice avesse provocato il dirottamento della pennellata impressionista dentro quella informale.
Che è una contraddizione interessante perchè mentre la pennellata impressionista tende alla disgregazione delle forme e ad una atmosfericità impalpabile, quella informale tende a un consolidamento della percezione di chi guarda, ha una presenza molto forte della materia pittorica esaltata, anzi, oltre le apparenze della riproduzione più o meno sagace della realtà, per diventare realtà essa stessa, gravida di energia e di aggressività.
Soggetti, dunque, trattati dalla Plini sono quanto di più amabile e idilliaco si possa concepire, ma la sua pittura non è idilliaca. Si vede che è Italiana e non, tanto per dire, Americana e gli echi della Action Painting ci sono nella sua arte, e come! Ma tipico della nostra pittura, anche di quella più moderna e audace, è il culto dell’ equilibrio e dell’ armonia e proprio in questo sembra di riconoscere una caratteristica che è poi peculiare della nostra artista: una apparente semplicità e immediatezza nella formulazione del quadro che cela una attitudine forse istintiva verso l’ armonia e la bellezza, espressa in maniera tumuntuosa e “irregolare” ma non per questo meno meditata e ordinata. Ogni artista degno di questo nome ha in sé un concetto personale dell’ armonia e della coerenza delle forme. Nella Plini si direbbe che predomini, appunto, un sentimento di essenzialità e pulizia della formulazione.
Sono emblematici in proposito gli studi sulla modella che è sempre pensata e rappresentata in un singolare bilanciamento tra completezza dell’ immagine e sintesi della figura. Sono pezzi di qualità notevole in cui l’ eterno tema della modella è riformulato secondo il criterio della attenzione di volta in volta concentrata soltanto su un dettaglio della figura estratto con pochi movimenti, e molto sicuri, della mano. Eppure chi guarda ha sempre l’ impressione di percepire la totalità della rappresentazione e di vedere perfettamente la compiutezza in immagini che sono invece volutamente sospese nella stesura.
Sembra che la pittrice rappresenti più che la figura una impronta della figura stessa che la restituisce a noi perfettamente leggibile e insieme quasi disincarnata. Un approccio ironico o profondamente meditativo?
Verrebbe da dire, l’ uno e l’altro. Ne emerge un’ artista che da un lato manifesta a pieno la sua giovane e entusiasta personalità, e dall’ altro sta già dando di sé l’ idea di una pittrice colta, dotata di notevoli capacità tecniche e nobilmente ispirata nella costruzione di un suo mondo artistico pieno di echi, di risonanze, di riflessi interni, tali da renderlo ricco e profondo.
Claudio Strinati
Roma , 2 Maggio 2017